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Bruno Brunelli – Adamo ed Eva all’albero della vita

Nella storia del popolo eletto

Gli alberi sono un dono fatto da Dio nel terzo giorno della creazione, per rendere possibile la vita umana: “La terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie” (Genesi 1, 12).

Nel giardino della creazione all’albero del bene e del male si gioca il destino dell’umanità, travolta nel peccato di superbia e disobbedienza, che noi chiamiamo “peccato originale”. Dio domandò al progenitore Adamo: “Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare? Rispose l’uomo: la donna che Tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero ed io ne ho mangiato” (Genesi 3, 11-12).

Sotto le querce di Mamre il patriarca Abramo gioisce quando tre messaggeri divini promettono a lui, ormai vecchio, e a sua moglie Sara, sterile ed incredula, la nascita di Isacco (Genesi 18, 1-16).

Il condottiero Mosè riceve da Dio il duplice carisma di guidare il popolo e di compiere gesti prodigiosi con l’uso di un bastone, un ramo colto da un albero (Esodo 4, 1-5).

Nelle vicende del Re Davide si racconta la ribellione del figlio Assalonne, di cui si descrive la tragica fine. Fuggendo sopra un mulo, la sua testa rimase impigliata nel ramo di una quercia: il mulo scappò, egli rimase sospeso e un soldato gli conficcò tre dardi nel cuore (II Libro di Samuele 18, 9-15).

Il profeta Elia, scoraggiato per la persecuzione della regina Gezabele, sostò all’ombra di un ginepro, prima di proseguire il cammino verso l’Oreb (I libro dei Re 19, 1-8).

Il profeta Giona, dopo i giorni della predicazione a Ninive, trovò riparo sotto una piccola pergola, una pianta di ricino e che disseccò e gli fece esprimere un lamento contro Dio che lo aveva inviato (Giona 4, 5-8).

Nel nuovo Israele

Giovanni Battista per preparare la venuta del Messia utilizzava il segno dell’acqua purificatrice, ma parlò anche di un altro segno: “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Matteo 3, 10).

Gesù scoprì uno dei suoi primi discepoli, Natanaele, osservandolo mentre stava meditando all’ombra di un fico. Lo chiamò e Natanaele si mise alla sequela del Maestro (Giovanni 1, 48-49).

Fece scendere Zaccheo dal sicomoro sul quale si era arrampicato per vedere il Maestro che stava attraversando la città di Gerico. Seguì poi un banchetto festoso nella casa del pubblicano (Luca 19, 1-10).

Gesù pronunciò una sentenza severa contro il fico sterile: “Mai più in eterno nasca un frutto da te” (Matteo 21, 18-19) e l’albero disseccò.

Una foresta improvvisata con rami di palme e di ulivi accolse il Re Messia, figlio di Davide, che entrava solennemente a Gerusalemme, a cavallo di un’asina, come gli antichi re (Giovanni 12, 13).

Nel discorso intimo dell’ultima cena Gesù pronunciò la famosa allegoria della vite e dei tralci: per far capire che la vita dei discepoli può sussistere solo se unita alla sua. (Giovanni 15, 1-8).

Il giardino degli ulivi era un luogo dove Gesù andava di solito a pregare: “Gesù uscì e andò, come al solito, al monte degli ulivi” (Luca 22, 39). Quell’uliveto, favorevole al raccoglimento, fu il teatro della sua ultima preghiera, della sua agonia contraddistinta anche dal sudore sanguigno, prima di essere baciato da Giuda e catturato dai suoi nemici.

Come la superba ribellione di Adamo presso l’albero della creazione portò la morte all’umanità, così l’umile obbedienza di Cristo e il dono della sua vita hanno portato salvezza con l’albero della croce.

Gli alberi e la nostra vita

Non posso fare a meno di ammirare l’albero, perché è il più indefesso lavoratore del mondo. È la fabbrica dell’ossigeno, che ci dà fiato. Non sciopera quando, per pigrizia, lasciamo morire il sottobosco o, per incuria, insudiciamo i parchi urbani o, per un miope egoismo suicida, mutiliamo la foresta amazzonica, che io ebbi la fortuna di attraversare sul Rio delle Amazzoni e che è il polmone del nostro pianeta.

Provo un’ immensa gioia e una grande nostalgia della mia vita di ragazzo, quando andavo nei boschi e nelle brughiere che si stendevano dal mio paese nativo fino all’attuale parco del Ticino. Purtroppo non esistono più, perché hanno dovuto lasciare posto all’aeroporto di Malpensa. Come era bello in quegli anni andare nei boschi a giocare durante l’oratorio estivo oppure, secondo le stagioni, a raccogliere fragoline, a cercare funghi e ad aprire i ricci delle castagne caduti dalle piante.

Anche quando andavo in colonia al mare mi divertivo di più al pomeriggio in pineta che al mattino in spiaggia.

Il parco cittadino e il bosco invitano all’ottimismo. Si deve fare più caso non al fracasso dell’albero che cade ma al lavorio silenzioso della foresta che cresce.

L’albero da frutta mi ricorda poi che non posso presentarmi a Dio come quel fico senza frutti, che venne maledetto da Gesù.

Il passeggiare da solo nel sentiero tra gli alberi favorisce la pace interiore, il raccoglimento e la preghiera. L’impegno a rispettare le foreste, i boschi e i parchi è un modo per rendere omaggio al capolavoro del Creatore e per favorire la qualità della vita umana, come suggerisce l’Enciclica “Laudato sii” di Papa Francesco (Nr. 38 e 39).

Poiché ogni essere umano all’inizio trova una culla e alla fine una bara, non si può cancellare dalla memoria il “viale dei cipressi” che porta al Camposanto. Il pensiero della morte non è qualcosa di cattivo gusto da scaramantizzare, ma deve essere uno stimolo a vivere bene i giorni che il buon Dio ci dona. Quando poi percorriamo quel viale ritornando dal Cimitero, dovremmo sentire l’ammonimento dei nostri cari a mantenere vivi i valori che ci hanno trasmesso.

                                              Mons. Claudio Livetti

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