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Giotto – La fuga in Egitto

I cammini degli antichi Ebrei

Dopo la preistoria dei primi undici capitoli della Genesi, la storia della salvezza incomincia così: “Il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò” (Genesi 12, 1).

Mosè fu scelto da Dio per condurre gli Ebrei dalla terra d’Egitto a quella promessa. La marcia durò 40 anni, attraversando una miriade di difficoltà e ottenendo tanti interventi prodigiosi. Mosè morì sul monte Nebo, osservando soltanto dall’alto il traguardo desiderato: “Il Signore gli disse: questa è la terra per la quale io ho giurato ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe. Io la darà alla tua discendenza. Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi ma tu non vi entrerai!” (Deuteronomio 34, 4).

È drammatico e faticoso il cammino del Profeta Elia, scoraggiato per la persecuzione della Regina Gezabele, accasciato sotto un albero: “Un Angelo lo tocco e gli disse: alzati, mangia! Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua … si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb” (I Libro dei Re 19, 5-8).

La storia del popolo ebreo conobbe sofferti cammini di deportazioni e gioiosi rientri nella propria terra.

Gesù e la strada

Durante l’ultima cena, ad una domanda ingenua di Tommaso Gesù rispose di essere la “strada”: “Disse Gesù io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14, 6).

Prima ancora di nascere Gesù aveva camminato nel grembo materno: “Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa in una città di Giuda. Entrato nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta” (Luca 1, 39-40).

Oserei dire che è nato sulla strada, al termine di un cammino da Nazareth di Galilea a Betlemme di Giudea: “Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme … Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito” (Luca 2, 3-7).

Neonato ha fatto l’esperienza del profugo: “Un Angelo apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto” (Matteo 2, 13-14).

Ha camminato per fuggire dal pericolo dei concittadini di Nazareth che volevano gettarlo giù da un precipizio (Luca 4, 29-30).

Ha camminato per sottrarsi ai facili entusiasmi della folla (Giovanni 6, 15).

Gesù è stato un maestro itinerante: ha camminato su sentieri semplici carovanieri pieni di polvere. Ha camminato con tutti i tempi e in tutte le condizioni, anche digiuno e sotto la tempesta.

Prima di Gesù, Aristotele e Confucio erano stati maestri itineranti, ma tra Gesù e loro c’è una diversità: Egli ha impartito l’ultimo insegnamento camminando con la croce e morendo in croce (Marco 15, 20-22).

Anche dopo la risurrezione ha camminato da Gerusalemme a Emmaus con due discepoli, per confermarli nella fede (Luca 24, 13-35).

Gesù insegna come camminare

Raccomanda di non cercare la strada più comoda: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano” (Matteo 7, 13-14).

Insegna al seminatore come camminare nei solchi del campo (Matteo 13, 3).

Insegna a camminare con l’occhio attento e col cuore generoso del buon Samaritano (Luca 10, 25-37).

Insegna al pastore a ripercorrere la strada per ricuperare la pecorella smarrita (Luca 15, 4-7).

Insegna a un padre anziano a correre incontro al figlio, che ritorna dopo essersi allontanato e fatto esperienza di abbandono, di solitudine e di miseria (Luca 15, 20).

Dopo la sua risurrezione insegnerà, anzi comanderà, di percorrere tutte le strade dell’universo per portare la buona notizia del Vangelo: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli” (Matteo 28, 18-19).

Il libro degli Atti degli Apostoli descrive il cammino di Pietro e di Paolo, dopo che questo persecutore fu conquistato da Gesù con una folgorazione sulla strada di Damasco (Atti 9, 1-19).

La comunità cristiana continua il cammino missionario, obbedendo al comando del Maestro.

Noi sulla strada

La strada ci fa incontrare la vita concreta.

Raramente percorriamo le stradicciole dei boschi e i sentieri di montagna. Perlopiù percorriamo le strade del paese o della città. Qui noi non sappiamo che cosa ci sia dietro i muri e le porte chiuse, invece sappiamo chi c’è sulla strada. Una deformata e diffusa “mentalità automobilistica” considera la strada come un esclusiva per gli automezzi e tollera a fatica i ciclisti e i pedoni. Invece anche l’operaio che va al lavoro in bicicletta, lo studente che entra a scuola, la casalinga che va al supermercato, la mamma che spinge la carrozzina col neonato, l’anziano che si trascina col bastone, il mendicante che chiede l’elemosina, sono persone che hanno diritto di percorrere la strada. Anch’essi fanno parte della vita.

La strada insegna il rispetto delle norme.

In una società tendenzialmente anarcoide è importante educarsi alla disciplina di se stessi, rispettando le regole. Il Codice Stradale vale per tutti. Trasgredirlo non è disinvolta furbizia, se si evitano le contravvenzioni, ma è un peccato, ed è un peccato grave per i pirati della strada che creano pericoli o incidenti mortali, guidando sotto l’effetto di alcool o stupefacenti o concentrandosi più sul telefonino che sulla guida. Non si deve neanche compromettere la propria incolumità personale con gli eccessi di velocità. È saggio il vecchio proverbio: “Meglio arrivare cinque minuti dopo ion questo mondo che cinque minuti prima nell’altro”.

La strada può essere cammino di perfezione.

La santità non consiste in gesti grandiosi e clamorosi, ma anche in atti spiccioli vissuti con semplicità con la gente che si incontra. Può essere la cortesia nel cedere la precedenza a un altro. Può essere il saluto educato, la cordialità di un sorriso, il calore di una stretta di mano. Può essere l’umiltà di chiedere informazioni quando il Tom Tom ha dato un’indicazione sbagliata e si è fuori strada.

Non è escluso che la strada offra anche occasioni per vivere l’altruismo e la generosità del buon Samaritano, che ha salvato la vita ad un ferito grave.

Si dice che tutte le strade portano a Roma. È vero fino ad un certo punto, perché gli antichi romani hanno costruito una strada che usciva da Roma, andando al mare per procurare il sale: la via Salaria. Accettiamo pure il proverbio: “Tutte le strade portano a Roma” però lasciatemi dire: “Tutte le strade buone conducono a Dio”.

                                             Mons. Claudio Livetti

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