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Il roveto ardeva e non si consumava

Nel mondo pagano

Il fuoco è una realtà meravigliosa, indispensabile per la vita umana e perciò era ritenuto un dono della divinità. Nella loro mitologia gli antichi scrittori pagani dicevano che il fuoco era proprietà degli Dei. A portarlo agli umani era stato Prometeo che l’aveva sottratto a Zeus (Giove) o ad Atena (Minerva). Il ladro ebbe la condanna di stare incatenato su una rupe. Un’aquila veniva di giorno a divorargli il fegato, che poi si riproduceva di notte. Il supplizio continuò fino a quando Ercole gli spezzo le catene.

Nella storia degli Ebrei

Il fuoco è segno della potenza e della presenza di Dio.

Nonostante l’intercessione di Abramo per le due città peccatrici: “Il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo” (Genesi 19, 24-25).

Mosè incontrò Dio per la prima volta in quel roveto che bruciava senza consumarsi. Fu invitato a togliersi i calzari, a prostrarsi davanti all’Altissimo che lo chiamò per nome e gli indicò la missione di liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto (Esodo 1, 12).

Quando salì sul monte, il fuoco incise come saetta i dieci comandamenti sulle due lastre di pietra che egli aveva recato con sé sul Sinai “Tutto fumante perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco” (Esodo 19, 18).

Le prescrizioni liturgiche volevano che il fuoco bruciasse le vittime offerte in olocausto a Dio per una notte intera (Levitico 6, 1-2).

Un carro di fuoco rapì il Profeta Elia, che si immerse nell’immenso cielo, lasciando cadere il mantello sul discepolo Eliseo (II Libro dei Re 2, 1-13).

Un Serafino purificò le labbra inadeguate di Isaia, per renderlo Profeta verso il suo popolo, con “Un carbone ardente preso con le molle dall’altare” (Isaia 6, 6).

Dio è più potente del fuoco e salva i tre giovani gettati da Nabucodonosor nella fornace infuocata: “Il Re Nabucodonosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco? Certo, o Re, risposero. Egli soggiunse: ecco io vedo quattro uomini sciolti i quali camminano in mezzo al fuoco senza subirne alcun danno, anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di Dio” (Daniele 3, 91-92).

Nel messaggio di Gesù

Il Maestro descrive la sua missione, che è quella di insegnare l’amore, donando lo Spirito Santo, con queste parole: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso” (Luca 12, 19).

Il Precursore già aveva detto: “Io vi battezzo con acqua; ma viene Colui che è più forte di me, a cui non sono degno di sciogliere i legacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia nel fuoco inestinguibile” (Luca 3, 16-17).

Raccontando la Parabola del grano e della zizzania Gesù dice che questa, al tempo della mietitura, sarà bruciata nel fuoco (Matteo 13, 40-42).

Nella Parabola del ricco Epulone e di Lazzaro Gesù descrive l’umiliazione del ricco che dal profondo dell’inferno invoca una goccia d’acqua: “Perché soffro terribilmente in questa fiamma” (Luca 16, 24).

Descrivendo il giudizio universale, Gesù dice che il Re punirà gli insensibili e gli egoisti con parole severe: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il Diavolo e per i suoi Angeli”(Matteo 25, 41).

Durante la cena d’addio del Giovedì Santo, presentando l’allegoria della vite e dei tralci, ha ricordato che chi si stacca da Lui diventa come un tralcio inutile da bruciare: “Chi non rimane in Me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Giovanni 16, 6).

Nella vita di Gesù

I pastori di Betlemme, mentre vegliavano sul gregge scaldandosi attorno a un fuoco, vennero raggiunti dal messaggio degli Angeli che annunciavano la nascita del Salvatore (Luca 2, 8-12).

Durante il processo di Gesù davanti al Sinedrio, Pietro era fuori nel cortile scaldandosi attorno al fuoco. Provocato dalla serva del Sommo Sacerdote, non ebbe il coraggio della coerenza e rinnegò Gesù tre volte. Scoprì così la sua debolezza ma anche la generosità del perdono e la potenza miracolosa di un pianto liberatore (Marco 14, 66-72).

La terza apparizione di Gesù risorto agli Apostoli avvenne con un pasto frugale al lago di Tiberiade, dopo una pescagione miracolosa: “Appena scesi a terra videro un fuoco di brace con del pesce sopra e del pane” (Giovanni 21, 9). Seguirà immediatamente la riabilitazione di Pietro, che esprime tre volte il suo amore a Gesù come tre volte lo aveva rinnegato (Giovanni 21, 15-17).

Nella Comunità cristiana

San Luca descrive la nascita della Chiesa battezzata dal fuoco della Pentecoste: “Mentre stavano compiendosi i giorni della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo” (Atti 2, 1-4).

Nella Liturgia della Chiesa il fuoco compare soltanto una volta all’anno, quando viene acceso sul Sagrato all’inizio della grande veglia pasquale che annuncia al mondo la risurrezione di Cristo.

Da Pasqua a Pentecoste arde la grande fiamma del Cero Pasquale e poi, nel resto dell’anno le tremule fiammelle delle candele dell’altare e delle candelette votive davanti alla Madonna e ai Santi.

Nella nostra vita

IL fuoco obbedisce alla legge di natura: va sempre verso l’alto così come l’acqua scende sempre verso il basso. Il fuoco dunque invita a non razzolare nelle bassezze e nelle meschinità umane, ma ad elevarsi verso l’alto, verso Colui che è vita, luce, calore. Le nostre famiglie di un tempo, dopo una giornata di fatica e di lavoro, si ricomponevano in armonia recitando il Rosario attorno al fuoco del camino che andava progressivamente spegnendosi. Allora si diceva, anche senza retorica, che la Mamma era l’Angelo del focolare. Cambiati i tempi, è pur sempre necessario che una Mamma sia la messaggera dell’amore.

Purtroppo ora per alcuni il fuoco è solo un evento tradizionale, come a Sant’Antonio, o folcloristico, come il rogo della Giöbia o drammatico come il rogo di una roulotte con dentro tre persone.

Vi è ancora chi coltiva l’arte del fuoco: gli scout negli incontri serali dei loro campeggi. Essi conservano lo spirito di San Francesco: “ Laudato sii, o mio Signore, per frate Fuoco, … con il quale ci illumini la notte: ed esso è robusto, bello, forte e giocondo”.

                                       Mons. Claudio Livetti

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