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Abramo contempla il cielo stellato

Il Cardinal Martini diceva che la natura rivela l’amicizia di Dio per l’uomo. Baden Powell, fondatore dello scoutismo, era convinto che Dio si rivelasse in due libri: la Bibbia e il Creato.

Le stelle del cielo

Sono opera dell’Onnipotente nel quarto giorno della creazione (Genesi 1, 16). San Francesco d’Assisi nel cantico di Frate Sole dice: “Laudato sii, mio Signore, per sorella luna e le stelle; in cielo le hai formate chiare, preziose e belle”.

Purtroppo la TV, l’idolo più venerato in tutte le case, ci ha narcotizzati e distolti dalla capacità di godere lo spettacolo del cielo stellato. Tutt’al più il dieci di agosto si osservano le stelle cadenti … indifferenti alle stelle che continuano a brillare, senza cadere. Eppure cosa c’è di più bello di un cielo stellato?

Negli anni giovanili ho sempre fatto con gli scout la veglia alle stelle. Era un momento magico che creava silenzio religioso, pace nel cuore, senso della presenza dell’Altissimo, quasi come durante una Veglia Eucaristica. Baden Powell amava ripetere che il cielo notturno è una coperta buia, sopra la quale c’è la Luce, Dio. Ogni buona azione buca quella coperta: è una stella. Era un invito ingenuo ma efficace per stimolare gli scout a compiere ogni giorno una buona azione.

Le stelle del firmamento sono un riferimento importante nella storia del Patriarca Abramo: “Dio lo condusse fuori e gli disse: guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza” (Genesi 15, 5).

Una stella indicava il cammino al condottiero Mosè: “Dio marciava con loro, il giorno con una colonna di nubi e di notte con una colonna di fuoco” (Esodo 13, 21).

Nei Salmi di Davide spesso si parla delle stelle: “Se guardo il cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (Salmo 8, 4-5).

Lodate il Signore sole e luna, lodatelo voi tutte, fulgide stelle” (Salmo 148, 3).

I tre giovani gettati da Nabucodonosor nella fornace infuocata pregano così: ”Benedite sole e luna il Signore, benedite stelle del cielo, il Signore. Benedetto sei Tu nel firmamento del cielo” (Daniele 3, 56.62).

Una stella cometa ha guidato i Magi dall’oriente a Gerusalemme e da li a Betlemme (Matteo cap. 2).

Noi, nati e cresciuti nella fede, dovremmo sempre ringraziare il Creatore di essere “Sotto una buona stella” e impegnarci a seguire la luce della fede, per poter giungere un giorno lassù, tra le stelle, a contemplare: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto ai piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Apocalisse 12, 1).

Come esiste un pericolo nell’interpretare male la Bibbia, facendole dire ciò che non vuol dire, c’è anche il pericolo di interpretare male il Creato. Non si può ridurlo a “Natura” in visione clorofilliana (il mito del verde) o in visione evoluzionistica e atea.

Il Creato contemplato con la fede diventa un testo di preghiera.

La Montagna

Nell’Antico Testamento molti incontri di Dio sono avvenuti sulla montagna.

Sul monte Moria Dio conosce la fedeltà di Abramo, pronto a immolare il figlio Isacco, e sostituisce la vittima umana con un ariete (Genesi 22, 9-14).

Sul Monte Sinai Dio promulga la Legge del Decalogo donandola a Mosè, condottiero del popolo eletto (Esodo 19, 3).

Sul monte Nebo egli osserva la Terra Promessa, nella quale non riuscirà ad entrare, ed ivi muore (Deuteronomio cap. 24).

Sul monte Oreb Elia, il più grande dei profeti, sbugiarda i sacerdoti del falso Dio Baal (I dei Re 18, 20-40). E sullo stesso monte si immerge nella contemplazione.

Anche nella vita di Gesù la montagna ha un forte rilievo.

Quando è ancora nel grembo di Maria è già in cammino verso la casa di Elisabetta: “In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda” (Luca 1, 39).

I discorsi del Maestro e i gesti taumaturgici del Messia in favore dell’umanità avvengono in pianura o in riva al lago, ma la montagna è il luogo privilegiato dell’incontro col Padre.

Matteo dice: “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a Lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro” (Matteo 5, 1-2). Segue il famoso discorso della montagna, che è la “carta costituzionale” del messaggio cristiano.

San Luca racconta la Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, davanti ai tre Apostoli prediletti: “Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Luca 9, 28-29).

Sulla piccola altura del monte Calvario, simile ad un cranio umano, Gesù viene crocifisso tra due ladroni , celebrando il sacrificio della Nuova Alleanza. (Luca 23, 33).

Dal monte degli Ulivi, che sta tra Gerusalemme e Betania, Gesù si staccò dalla terra e dai discepoli per salire al Padre (Luca 23, 50-53).

Per i cristiani salire sulla montagna non è soltanto un esercizio sportivo ma un’esperienza religiosa e ascetica. Mentre il corpo si eleva verso l’alto, il cuore si eleva ancora più in alto. Mentre si passa dall’aria inquinata a una atmosfera purissima, il credente può partire dalla base col cuore di pietra e giungere alla vetta col cuore di carne.

I più bei Rosari della mia vita sono quelli giovanili sui ghiacciai del monte Rosa e dell’Adamello. Dopo un po’ di cammino nella neve perenne e sui ghiacciai, si perde ogni voglia di parlare. Si risparmia il fiato e nel silenzio avviene un appuntamento con Dio e anche con se stessi.

Ricordo anche l’esperienza di un “Campo mobile” coi Rover Scout nelle valli del Parco del Gran Paradiso. Le limpidi sorgenti, l’aria purissima, i fiori (da ammirare e non cogliere), i branchi di cervi e stambecchi, le timide marmotte e i falchi neri mi hanno aiutato profondamente a guardare in alto e lodare il Creatore.

Mons. Claudio Livetti

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