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La Messa nel deserto di Giuda

Ci sono tanti modi di pregare, più di quante foglie ci sono sugli alberi. Questa volta parliamo dell’ascolto e del deserto.

L’ascolto

La preghiera non è soltanto parlare a Dio per adorare, ringraziare, lodare, domandare aiuto e chiedere perdono. La preghiera è anche ascoltare, con l’atteggiamento del giovanissimo Profeta Samuele: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta” (I Samuele 3, 10).

Il bambino ha imparato a parlare perché ha ascoltato le parole dei genitori. Se fosse stato abbandonato nella foresta, ripeterebbe i versi degli animali che ha ascoltato.

Dio stesso ci invita ad ascoltarlo: “Venite, figli, ascoltatemi: vi insegnerò il timore del Signore” (Salmo 34, 12). Dio però mette in guardia da una verbosità vacua: “Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Isaia 29, 13).

Piuttosto che le parole senza cuore è meglio il cuore senza parole. Il vecchietto di Ars, interrogato dal Santo Curato rispose: “Io fisso gli occhi sul Tabernacolo; io guardo Gesù e Gesù guarda me”. Quello sguardo intenso e amoroso valeva più di molte parole.

Anche Gesù disse di non imitare la verbosità dei pagani: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Matteo 6, 7-8). Anche la piccola parabola raccontata da Gesù (Matteo 21, 28-31) insegna che è preferibile il figlio che, a parole, non vorrebbe andare nella vigna, ma poi ci va, piuttosto che l’altro figlio il quale dice di sì ma poi non ci va.

Allora non si deve prima fare il silenzio per poi mettersi a pregare: un certo modo di fare silenzio è già preghiera. Preghiera è mettersi davanti a Dio con fede e incontrarlo sia parlando sia ascoltando.

Il poeta Vahira diceva:

“Siediti ai bordi dell’aurora: per te si leverà il sole.

Siediti ai bordi della notte: per te scintilleranno le stelle.

Siediti ai bordi del torrente: per te canterà l’usignolo.

Siediti ai bordi del silenzio: Dio ti parlerà”.

Il silenzio è la lunghezza d’onda sulla quale Dio trasmette i suoi messaggi.

Il deserto

Il silenzio dell’uomo è come il deserto per gli Ebrei: non un luogo senza città e senza vegetazione ma un luogo privilegiato in cui possono avvenire incontri importanti.

Nel deserto Dio stringe l’alleanza del Decalogo. Nel deserto Dio si fidanza con il Popolo prediletto: “L’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Osea 2, 16). Il deserto allora è il luogo di presenze, di incontri, di cammino verso un traguardo.

Nel deserto si incontra “Colui che è” Egli è anche Colui che parla. Noi siamo sgorgati dalla sua parola. Prima c’è Colui che parla. Poi viene chi è costituito da quella parola e cerca di darle risposta.

È possibile oggi trovare il deserto?

Gli eremiti dei tempi antichi si allontanavano dai centri abitati per inoltrarsi in luoghi solitari e trovare Dio. Sant’ Antonio Abate uscì dalla città e abitò prima in una tomba abbandonata, poi nel rudere di un castello e infine, dopo tre giorni di cammino, in una grotta pressoché irraggiungibile. Oggi è ancora possibile?

Madeleine Delbrêl, offre una nuova immagine di deserto. Lei dice che quando la società disponeva di grandi estensioni e la gente poteva camminare, aveva l’impressione di potersi distendere in un ambiente solitario, silenzioso e trovare Dio. Adesso invece la società urbana ha rubato gli spazi e, siccome rimane a disposizione ben poco, come fare? I costruttori di case scendono tre o quattro piani sotto terra, illuminandoli e aerandoli artificialmente e poi si slanciano in altezza. Allo stesso modo la persona d’oggi che vuol trovare il deserto deve scendere in profondità e salire in altezza. Non può fermarsi in superficie. Può trovare il deserto trivellando, cioè scendendo in profondità e poi elevandosi, cioè cercando l’Assoluto.

Il deserto più che uno spazio esteriore deve diventare uno spazio interiore. Al limite si può vivere in una grotta o in un monastero di clausura ma non vivere il deserto, mentre si può fare esperienza di deserto anche vivendo in un denso agglomerato urbano. Non si tratta di un’atmosfera attorno all’uomo ma di un’atmosfera interiore che permette di comprendere l’essenziale.

Quando ho trascorso una settimana di immobilità in “Unità coronarica” ho fatto una bella esperienza di deserto. Anche quando sono rimasto una notte in barella al “Pronto Soccorso”, dopo la caduta e il trauma cranico, nonostante l’andirivieni continuo di ricoverati e del personale sanitario, ho vissuto un altro utile deserto.

La vita è un mistero da decifrare. Uno che continua a leggere e rileggere una lettera scritta con un cifrario segreto, senza capirci mai niente, è uno sciocco. Deve cercare a tutti i costi di conoscere la cifra. Soltanto dopo aver scoperto ciò, le parole che costituivano un enigma acquistano un senso compiuto.

Il deserto può essere la cifra per comprendere il significato profondo dell’esistenza umana. Sono molte le domande a cui rispondere: chi sono io? Che momento sto attraversando? Perché mi accadono queste cose? Tra i miei tantissimi impegni qual è quello che è davvero importante? A che cosa serve per il mio presente e per il mio futuro? Sto costruendo qualcosa di utile per il Regno di Dio? Sto maturando oppure sono sopraffatto dalle preoccupazioni che mi condannano a una perenne incompiutezza?

Nel deserto interiore incontro me stesso, riscopro il valore di una vita autentica, incontro Colui che è e chiedo a Lui questo dono:

Signore, donami il silenzio che smorza le parole inutili.

Signore, donami il silenzio dalle preoccupazioni incalzanti.

Signore, aiutami a fare faticose trivellazioni per scendere in profondità nel mio Io.

Signore, sostienimi mentre mi slancio in altezza per scoprire il panorama di una vita piena.

Signore, riempi il mio deserto con la tua presenza. Essa è risposta, alleanza, dono, “Cifra” per dare una risposta ai misteriosi enigmi della vita.

                                        Mons. Claudio Livetti

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