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Croce pettorale di Papa Francesco

Eccomi,o mio amato e buon Gesù
che prostrato, alla santissima tua presenza,
ti prego col fervore più vivo
di stampare nel mio cuore
sentimenti di fede, di speranza, di carità,
di dolore dei miei peccati,
e di proponimento di non più offenderti,
mentre io con tutto l’amore
e con tutta la compassione
vado considerando le tue cinque piaghe,
cominciando da ciò che disse di Te,
o Gesù mio, il santo profeta Davide:
«Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi,
hanno contato tutte le mie ossa».

Nelle domeniche di Quaresima,
si può acquistare l’indulgenza plenaria
recitando devotamente questa preghiera
davanti al Crocifisso dopo essersi comunicati

Il Crocifisso dona Speranza

Charles Pèguy descrive la Speranza con questa bella immagine: Fede, Speranza e Carità sono tre sorelle che si tengono per mano. La Fede è grande, perché può trasportare le montagne (I Corinti 13, 2), la Carità è grande, perché non viene mai meno (I Corinti 13, 8). Le due sorelle grandi tengono per mano la Speranza, che è piccola, ma è lei che guida le altre due.

A me piace anche questa immagine: la Fede è una Cattedrale radicata nel suolo di un paese. La Carità è un ospedale che raccoglie tutte le miserie del mondo. Ma senza la Speranza tutto questo non sarebbe che un cimitero.

La Speranza è il desiderio fiducioso di Dio e dei suoi beni, quelli che Cristo ha meritato con la sua morte in croce.

Un mio amico teologo, Don Giovanni Moioli, morto alcuni anni fa, aveva lasciato un pensiero per la sua immaginetta funebre: “La mia Speranza, Signore, è in Te. Cosa strana e stupenda avere un giudice crocifisso per me”.

Il Venerdì Santo, mentre il cattivo ladrone impreca e provoca, il buon ladrone lo rimprovera e si abbandona fiduciosamente alla misericordia di Gesù. Ha rubato per tutta la vita e riesce a “rubare” anche il Paradiso (Luca 23, 42).

Sant’Agostino diceva: “Dobbiamo guardarci da due pericoli: dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento”. Aveva ragione: non dobbiamo perderci nella disperazione come il cattivo ladrone ma gettarci nelle braccia del Crocifisso.

Gli antichi cristiani nelle catacombe disegnavano la croce come àncora capovolta: essi non avevano paura del martirio perché si sentivano agganciata all’alto.

Il Pontefice emerito Benedetto XVI durante il suo pontificato ha denunciato abbondantemente le speranze illusorie dell’uomo d’oggi: la scienza, il progresso, la ragione, l’economia, la materia. Egli ha dedicato alla Speranza l’Enciclica “Spe salvi”.

Le speranze che non si colorano di realtà sono illusioni, ma le realtà che non si colorano di Speranza sono aride pietre prive di vita.

La Speranza è un anelito, è una forza che ci sostiene mentre “sospiriamo gementi e piangenti nella valle delle lacrime”.

Santa Teresa di Lisieux attraversò momenti di forte crisi religiosa. Parlando di Lei il Cardinal Martini scrisse: “Quando fu chiesto a Santa Teresa di Lisieux come poteva cantare la felicità del cielo, pur se non sentiva più la Fede, lei rispose: canto ciò che voglio credere. Nelle prove e nelle desolazioni ci salva dunque la Speranza”.

Nell’inno del Venerdì Santo “Vexilla Regis prodeunt” c’è l’espressione “Ave Spes unica” (Salve unica Speranza) la più forte ragione di speranza è il fatto che Cristo ha portato la sua Croce. Dopo la morte atrocissima in croce, Cristo è risorto per sempre e nella risurrezione mantiene le cicatrici della passione, non come “segni di incidente superato”, ma piuttosto come “memoria che fonda la Speranza”.

A riguardo di chi non vuole portare la sua croce c’è questo curioso aneddoto:

Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva: "Ma chi l’ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!" Il Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l’altro.
Anche lui era nell’interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva fatica ad avanzare. "Sarebbe sufficiente accorciarla un po’ e tribolerei molto meno", si disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d’un bel pezzo. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più speditamente e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione.
Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però cominciava la "terra della felicità eterna".
Era una visione incantevole quella che si vedeva dall’altra parte del burrone. Ma non c’erano ponti, né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l’appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio. Passavano tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era troppo corta e non arrivava dall’altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: "Ah, se l’avessi saputo…". Ma ormai era troppo tardi e lamentarsi non serviva a niente.”

Il Crocifisso dona Amore

Talvolta si dice che le tre Virtù Teologali sono espresse soprattutto dalle tre religioni Abramitiche:

I Musulmani sono il popolo della Fede: nessuno di loro la cambia, mai.

Gli Ebrei sono il popolo della Speranza: hanno aspettato la Terra Promessa per quarant’anni e ancora adesso aspettano il Messia.

I Cristiani sono il popolo della Carità: hanno moltissime iniziative caritative, opere di volontariato gratuito, organizzazioni a vantaggio dei più poveri.

In realtà la vita cristiana è come una casa in cui la Fede è il fondamento, la Speranza i muri perimetrali e la Carità la copertura che completa, come affermava San Paolo: “Al di sopra di tutto c’è la Carità” (Colossesi 3, 14).

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Durante l’ultima cena Gesù disse: “Non c’è amore più grandi di chi da la vita per i suoi amici” (Giovanni 15. 13). Questa espressione viene subito dopo l’altra : “Questo è il mio Comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come Io ho amato voi” (Giovanni 15, 12).

Innalzato sulla Croce, portato a termine il suo sacrificio, Gesù dichiarò: “Tutto è compiuto” (Giovanni 19, 30). Gesù è arrivato al vertice del suo dono d’amore: ha aperto le braccia per raccogliere in un unico abbraccio d’amore tutta l’umanità. Purtroppo noi spesso mettiamo avanti le mani per tener lontano qualcuno, per difenderci da lui, mentre Gesù in croce spalanca le sue braccia: è un innamorato indifeso, che abbraccia tutti e si lascia abbracciare da tutti.

Martin Lutero, che 500 anni fa iniziò la sua riforma, diceva: “Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama!” Non era un suo pensiero originale, perché l’aveva già detto qualche secolo prima San Bernardo di Chiaravalle.

Edith Stein, la Santa monaca sterminata dai nazisti ad Auschwhitz diceva che la Croce è l’icona che rivela nel modo più estremo l’amore di Dio per noi: “Per poterci donare a Dio con amore dobbiamo riconoscerlo come colui che ama”.

L’amore di Cristo ci spinge all’amore verso i fratelli

Le braccia aperte di Cristo in croce ci impegnano ad aprire il nostro cuore e le nostre braccia ai poveri, che sono: “il centro della Chiesa” (Papa Francesco).

L’Apostolo Paolo spiegava il segreto del suo zelo e della sua generosità nel ministero apostolico con queste parole: “L’amore di Cristo ci spinge, perché uno è morto per tutti”.

Anche San Giuseppe Benedetto Cottolengo aveva questo motto: “Caritas Christi urget nos”.

Sant’Agostino, quando ricevette il Battesimo e abbandonò una vita egoista e disordinata, scrisse: “Ogni corpo a motivo del suo peso tende al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. L’olio versato dentro l’acqua s’innalza sopra l’acqua, l’acqua, versata sopra l’olio, s’immerge sotto l’olio, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. Il mio peso è l’amore: esso mi porta dovunque vado” (Confessioni 13, 9, 10).

Egli definisce la virtù: “Ordo amoris” (De Civitate Dei 15, 22). Noi tradurremmo amore ordinato.

Agostino sintetizza il comportamento del cristiano in un unico imperativo: “Ama e fa ciò che vuoi” (in Epistolam Joannis Tractatus 7, 8).

Chi è spinto dall’amore di Cristo diventa generoso nell’aiutare il prossimo. Il Cottolengo, esemplare operatore di misericordia, raccomandava: “Non contate mai le monete che date. Se nel fare l’elemosina la mano sinistra non ha da sapere ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò che fa essa medesima”.

Lo sguardo dell’amore

Il cristiano diventa anche capace di vedere chi ha bisogno, come ha fatto il Buon Samaritano. Don Primo Mazzolari diceva: “Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha carità non vede nessun povero” Lo affermavano già gli antichi con l’espressione latina: “Ubi caritas ibi oculus”: se guardi bene trovi sempre qualcuno da amare e da aiutare col sorriso col consiglio, col perdono, con l’elemosina.

Papa Francesco, commentando la parabola del ricco Epulone e del povero, scrive: “Il frutto dell’attaccamento al denaro è una sorta di cecità: il ricco Epulone non vede il povero Lazzaro affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione”. (Messaggio della Quaresima 2017).

Il suo predecessore Benedetto XVI, nell’Enciclica Deus Carita est, al n. 21, scriveva: “Il programma del cristiano – il programma del buon samaritano, il programma di Gesù – è un cuore che vede. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente”.

Il pre-predecessore San Giovanni Paolo II a suo tempo aveva affermato: “Dove c’è un uomo che soffre, un altro uomo deve guardarlo e avvicinarsi con amore. Allora nell’uno e nell’altro è presente il volto di Cristo”.

La forza conquistatrice dell’amore

Il cristiano non è un esibizionista che vuol reclamizzare i propri gesti caritativi, però non li nasconde. Emblematica è l’affermazione del Beato Federico Ozanam, il creatore delle Conferenze di San Vincenzo: egli diceva ai suoi amici, che andavano a portare cibo e vestito ai poveri: “Non andiamo per farci vedere, però lasciamoci vedere”. Farsi vedere sarebbe stato esibizionismo, mentre lasciarsi vedere poteva essere una testimonianza che coinvolgeva altri giovani ad impegnarsi a favore dei poveri.

Il cristiano non è un illuso che pensa di convertire qualcuno con le prediche. Non sono le parole ma i gesti concreti quelli che toccano i cuori: è la carità che evangelizza e converte.

Si racconta che a Calcutta un Sacerdote del Tempio della Dea Kalì aveva sempre rifiutato e ostacolato l’opera caritativa di Madre Teresa. Quando cadde in uno stato di malattia grave, quasi mortale, era stato abbandonato da tutti e invece era stato raccolto e curato dalla nostra Santa. Quando fu guarito, prima di andarsene via, andò a salutarla e ringraziala. Le disse: “Per 27 anni ho pregato la dea Kalì, senza mai vederla. Però adesso l’ho vista in te”.

Le parole di questo Sacerdote indù sono il miglior commento al canto che noi tante volte eseguiamo nelle nostre liturgie: “Dov’è Carità e Amore qui c’é Dio” (Ubi Caritas et Amor Deus ibi est).

Sulla Croce c’è Dio. Sulla Croce c’è l’amore che il figlio di Dio, Crocifisso e Risorto, vuole stampare nei nostri cuori, per renderli capaci di amare i propri fratelli.

                                   Mons. Claudio Livetti

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Il crocifisso che parlò a San Francesco

Eccomi, o mio amato e buon Gesù
che prostrato, alla santissima tua presenza,
ti prego col fervore più vivo
di stampare nel mio cuore
sentimenti di fede,
di speranza, di carità,
di dolore dei miei peccati,
e di proponimento di non più offenderti,
mentre io con tutto l’amore
e con tutta la compassione
vado considerando
le tue cinque piaghe,
cominciando da ciò che disse di Te,
o Gesù mio,
il santo profeta Davide:
«Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi,
hanno contato tutte le mie ossa».

Nelle domeniche di Quaresima,
si può acquistare l’indulgenza plenaria
recitando devotamente questa preghiera
davanti al Crocifisso dopo essersi comunicati

Eccomi prostrato alla tua presenza

Il Primo in assoluto a pronunciare: “Eccomi” è il Verbo, la Seconda Persona della Santissima Trinità, che obbedisce al Padre, diventando uomo per morire in Croce e poi risorgere. (Cfr. Ebrei 10, 5-7).

Anche Maria pronuncia: “Eccomi sono la serva del Signore” (Luca 1, 38). Eva e Adamo, invece, si nascondono per non farsi trovare da Dio. (Cfr. Genesi 3, 8).

I discepoli di Emmaus si allontanano delusi dalla Croce, ma Gesù si mette in cammino con loro, per far comprendere che debbono tornare a Gerusalemme, al Calvario e al Sepolcro vuoto (Luca 24, 13-35).

Prostrarsi in adorazione è l’atteggiamento riverente di Mosè, davanti al roveto ardente (Esodo 3, 1-6).

È anche il gesto adorante dei Magi che offrono a Gesù, il neonato Re dei Giudei, oro, incenso e mirra. (Matteo 2, 1-12).

Maria di Magdala, l’Apostola degli Apostoli, quando nel giardino della Risurrezione, si sente chiamata per nome da Gesù, che precedentemente non aveva riconosciuto, cade in ginocchio esclamando: “Rabbunì” – cioè Maestro mio – (Giovanni 20, 16).

L’Apostolo Tommaso, dapprima incredulo, quando fu invitato da Gesù a toccare le piaghe e mettere la mano nella ferita del fianco, cadde in ginocchio esclamando in lacrime di gioia: “Mio Signore e mio Dio” (Giovanni 20, 28).

Il cerimoniale del Venerdì Santo prescrive che i Sacerdoti e i chierichetti, intronizzino il Crocifisso, facciano una triplice genuflessione e si accostino a baciare i piedi al Signore.

Stampa nel mio cuore sentimenti di fede

La nostra vita cristiana non è un foglio in bianco. Infatti la Croce di Gesù vi è già stampata ben quattro volte nel Sacramento del Battesimo.

1. Nel momento di accoglienza, la Croce è tracciata sulla fronte dal Ministro, dai genitori e dai padrini.

2. Dopo la preghiera di esorcismo, la Croce è tracciata sul petto con l’Olio dei Catecumeni, olio della lotta contro Satana.

3. La formula sacramentale è pronunciata con le parole del segno di Croce, mentre si compie, nel rito ambrosiano, la triplice immersione.

4. Mentre si dice la formula che consacra il battezzato a Cristo Sacerdote, Re e Profeta, la Croce è impressa sulla fronte col Sacro Crisma.

Nel Sacramento della Cresima, che è la confermazione consapevole del Battesimo, la fronte è ancora consacrata col Sacro Crisma dal Vescovo, che traccia una Croce e pronuncia le parole: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”. Sigillo significa timbro di fuoco, segno indelebile.

La Croce del Crocifisso Risorto è la sorgente della Fede.

Il Cardinale Scola ci invita a non separare mai la Croce dalla Risurrezione: il “Crocifisso” dal “Risorto”.

La Croce e la morte sono un passaggio, ma non la condizione definitiva dell’uomo – Gesù e di ogni uomo.

La Quaresima stessa non è un cammino verso il Venerdì Santo, anche se ci mettiamo davanti al Crocifisso col pensiero di San Carlo: “Stando davanti a Lui, come non ci copriamo di confusione?”

La Quaresima è un cammino vero la Pasqua: Cenacolo, Calvario, Sepolcro vuoto.

Nel momento stesso della morte di Gesù, un centurione pagano, un graduato dell’esercito romano venuto da chissà dove e presente per caso sul Calvario perché era il suo turno di servizio, ha capito ed esclamato: “Veramente costui era il Figlio di Dio” (Matteo 27, 54).

Quasi sicuramente in quell’ora delle tenebre Giovanni Evangelista, l’unico Apostolo presente alla crocifissione con Maria, fu folgorato da una intuizione che ha scritto poi nel Prologo del Vangelo: “Era Dio … Era in principio presso Dio … Tutto è stato fatto per mezzo di Lui … Era la vita e la luce vera, quella che illumina ogni uomo … Era il Verbo fatto carne, dal quale abbiamo ricevuto la pienezza della grazia e della verità” (Cfr. Giovanni 1, 1-18).

San Paolo afferma che senza la Risurrezione di Gesù la nostra fede sarebbe fasulla: la Pasqua è la firma di Dio sulla divinità di Cristo (Cfr. I Corinti cap. 15).

La crocifissione però è già Pasqua, nel suo primo tempo di morte. Paolo ha ragione ma non hanno torto Francesco e i mistici che dicono: “Non abbiamo bisogno di vederti uscire dalla tomba. Anche lì sulla croce ci convinci e ci affascini. Sappiamo che non sei uno sconfitto ma un vincitore. Sei su un trono rozzo e hai in capo una corona stranissima, ma tu sei il Re. L’aveva scritto Pilato, quasi per scherzo, ma quando i capi dei giudei volevano cancellarlo, Pilato ha decretato che la parola Re è scritta e rimane scritta!” (Cfr. Giovanni 19, 19-22).

Le prove nella fede

La Fede è messa alla prova dai misteri. Qualcuno ritiene misterioso ciò che è troppo oscuro e indecifrabile. In realtà è misterioso ciò che è troppo luminoso: chi può guardare in faccia al sole senza essere accecato? I misteri non sono verità che non si capiscono, ma intuizioni profonde che non si finisce mai di capire. Non basta una fede superficiale e pressappochista. Questa virtù deve essere approfondita con lo studio umile, l’ascolto attento, la preghiera fervorosa.

Quando qualcuno mi dice di essere insoddisfatto del cattolicesimo e di voler approdare ad un’altra religione, io ripeto il vecchio proverbio orientale: “Se il tuo pozzo non ti disseta, non scavarne un altro, ma approfondisci il tuo”.

Il Beato Cardinal Newmann diceva: “Mille difficoltà non fanno un dubbio”. La fede vera supera le difficoltà concettuali, le precomprensioni, la mentalità ostile e non toglie la certezza.

La fede è messa alla prova quando non vediamo esaudite le nostre richieste nella preghiera. Nelle due formulazioni del Padre Nostro: quello di Matteo (6, 9-13) e Luca (11, 2-4) non si chiede l’esaudimento delle proprie pretese ma la realizzazione della volontà di Dio. Possiamo dire che c’è un terzo Padre Nostro in un unico versetto del Vangelo di Marco (14, 36) nel giardino degli ulivi: “Padre, tutto è possibile a Te! Allontana da me questo calice. Però non ciò che voglio io ma ciò che vuoi Tu”.

L’esito finale di ogni preghiera cristiana deve essere sempre fare la volontà di Dio.

Dante nella Divina Commedia dice: “E ‘n la sua voluntate è nostra pace” (Paradiso canto III).

Il Pastore protestante Bonhoeffer non si stancava di ripetere: “Quando preghiamo, ricordiamoci che Dio non esaudisce le nostre pretese, ma mantiene le sue promesse”.

La fede è messa alla prova anche da fatti dolorosi, come guerre, catastrofi naturali, incidenti, malattie inguaribili, forti contrasti, perdita di persone care.

Una fede radicata, tuttavia, supera anche tutte queste difficoltà esistenziali. San Paolo avrebbe avuto tantissimi motivi per sentirsi tradito e abbandonato da Gesù, che l’aveva afferrato sulla via di Damasco. Nonostante una vita avventurosa, piena di travagli, lacrime e prove, afferma: “Il mio sangue sta per essere versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. (II a Timoteo 4, 6-7).

La preghiera per la Fede

Don Umberto Colombo dice: “La Fede non è un porto dove ci si rifugia, ma è un navigare, comunque sia il mare”.

Natalia Ginzburg afferma: “La Fede non è una bandiera da portarsi in gloria ma una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d’inverno”.

Per questa difficoltà, nel contesto dell’ultima cena, che è anticipazione del Sacrificio della Croce, con la duplice separata consacrazione del Pane e del Vino, Gesù ha pregato per la Fede di Pietro, che deve essere testimone per la fede della Comunità, solido come una roccia: “Simone, Simone ecco: Satana via ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Luca 22, 31-32).

Giovanni dice che Gesù, durante la stessa cena, ha pregato anche perché la nostra fede e la nostra comunione fraterna aiuti il mondo a credere: “Padre non prego solo per questi (gli Apostoli a tavola con Lui) ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una cosa sola. Come, tu, Padre, sei in me, e io in te, siano anch’essi in noi perché il mondo creda che Tu mi hai mandato” (Giovanni 17, 20-21).

Alla preghiera di Gesù per la nostra fede, aggiungiamo anche la nostra personale invocazione:

Signore Gesù, crocifisso risorto, donami

la fede spontanea del centurione romano,

la fede solida di Simon Pietro,

la fede profonda dell’apostolo Giovanni,

la fede gioiosa di Francesco d’Assisi,

la fede collaudata di Paolo Apostolo.

Durante la Messa possiamo inginocchiarci alla Consacrazione e guardare intensamente l’Ostia e il Calice durante l’Elevazione, pronunciando le parole dell’Apostolo Tommaso “Mio Signore e mio Dio”.

Possiamo ripetere, ogni qualvolta vogliamo, la giaculatoria: “Signore, aumenta la mia fede”.

                                 Mons. Claudio Livetti

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PREGHIERA DELLA MAMMA

Signore, perché hai scelto proprio me
per un compito così gravoso?
Io, che non sono capace di spostare un sassolino,
devo spostare le montagne…  
Quando cammino per le strade    
con mio figlio per mano,
leggo negli occhi della cosiddetta gente normale
la compassione;
Quando penso di trovarmi
in mezzo a gente amica
ed invece mi accorgo che mio figlio
è a malapena accettato;
quando ti fanno capire
che tuo figlio è un peso e un disturbo
per gli altri bambini normali.
Ecco, Signore, ti chiedo solo di aiutarmi
a spostare queste montagne!
Aiuta, ti prego, la gente
ad accettare questo mio figlio “diverso”,
ad amarlo per quello che è
e a non compatirlo;
aiuta, ti prego, la gente
a vedere tutti i “diversi” con altri occhi,
in modo da scoprire
quanto amore hanno da donare a tutti
senza mai chiedere in cambio
se non il rispetto!

GERDA KLEIN

Jenny è una bambina.
Un’adorabile bambina.
Se i capelli le cadono sugli occhi, li scosta.
Ma la mano non va dritta alla fronte.
Prima si curva come un fiore
al primo schiudersi dei petali.
Poi scosta i capelli dagli occhi.
Jenny è diversa.
Per me Jenny è come UNA ROSA BLU.
Una rosa blu?
Avete mai visto una rosa blu?
Ci sono rose bianche
e rose rosa e rose gialle
e un’infinità di rose rosse.
Ma blu?
Un giardiniere sarebbe felice
di avere una rosa blu.
La gente verrebbe da lontano per vederla.
Sarebbe rara, diversa, bella.
Anche Jenny è diversa.
Ecco perché, in qualche modo,
è come una rosa blu.
Jenny forse ascolta una musica
che noi non possiamo sentire.
Jenny è come un uccellino
dalle ali molto corte.

Per un uccellino così, volare è difficile:
un uccellino con le ali corte
deve impegnarsi molto per imparare.
Deve essere più bravo degli altri.
È per questo che dobbiamo capire
che conquista è per Jenny imparare.
Jenny è come una rosa blu,
delicata e bellissima.
Ma le rose blu sono così rare
che ne sappiamo poco, troppo poco.
Sappiamo solo che hanno bisogno
di essere curate di più.
Di essere amate di più

PAPA FRANCESCO

Ci sono modi sottili per far sì che l’altro
  perda ogni significato, diventi irrilevante
  e senza valore. E’ una violenza subdola
disprezzare il diverso, non capire le sue necessità

Scheda n. 10 di Mons. Claudio Livetti

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Intervista a Papa Francesco di ritorno in aereo da Lampedusa

Le lacrime sono una notizia e dunque hanno un mittente e un destinatario. Sono manifestazione dell’invisibile interiorità e portano con sé la visibilità di un messaggio indirizzato a chi è in grado di accoglierlo. L’amore è la migliore interpretazione del pianto.

Se piangi sulla culla del nipotino, significa: “Grazie che mi hai fatto diventare nonno”.

Se piangi alla laurea del figlio, significa: “Sono veramente fiero di te”.

Se piangi sulla tomba di una persona cara, significa: ”Mi manchi tanto”.

Se piangi di fronte a Dio, significa:” Ti prego”.

Le lacrime: dono da chiedere

Il Papa Francesco, ritornando in aereo da Lampedusa, dove aveva lanciato in mare una corona di fiori per i profughi annegati e ancora in aereo di ritorno da Tirana, dove aveva incontrato un anziano Sacerdote tenuto in carcere per lunghi anni (poi premiato con la porpora nel Concistoro del 2016), è uscito con la stessa espressione: “Piangere mi ha fatto tanto bene”.

Il Messale Romano prima della riforma del Concilio Vaticano II (1962 – 1965) riportava questa orazione: “Dio Onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fontana di acqua viva per il popolo assetato, strappa dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione, affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per la tua misericordia, il perdono”.

La Liturgia Ambrosiana ha questa bella preghiera del tardivo: “Signore, non chiudere la porta, se sono ardivo. | Non chiudere, vengo e busso alla porta. | Apri la porta, o Signore misericordioso a colui che ti cerca con le lacrime. | Lasciami entrare nel tuo convivio e porgimi il Pane del Tuo Regno”.

Un libro di preghiera bagnato di lacrime

È quello dei centocinquanta Salmi. Talvolta sembra di trovare qualche esagerazione:

Sono stremato dai miei lamenti, | ogni notte inondo pianto il mio giaciglio, | bagno di lacrime il mio letto” (Salmo 6, 7).

Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno; | per il pianto si consumano i miei occhi, | la mia gola e le mie viscere” (Salmo 31, 10).

Le lacrime sono il mio pane di giorno e di notte, |mentre mi dicono sempre: dov’è il tuo Dio?” (Salmo 42, 4).

I passi del mio vagare Tu li hai contati, | nel tuo otre raccogli le mie lacrime: | non sono forse scritte nel tuo libro?” (Salmo 56, 9).

Cenere mangio come fosse pane, | alla mia bevanda mescolo il pianto” (Salmo 102, 10).

Torrenti di lacrime scorrono dai miei occhi, | perché non si osserva la tua Legge” (Salmo 119, 136).

Si tratta certamente di esagerazioni. Le lacrime non sono il traguardo dell’esistenza. Nei Salmi stessi si indica una via di uscita nella potenza di Dio e nel Suo intervento.

Ascolta la mia preghiera, Signore, | porgi l’orecchio al mio grido, | non essere sordo alle mie lacrime” (Salmo 39, 13).

Hai liberato la mia vita dalla morte, | i miei occhi dalle lacrime, | i miei piedi dalla caduta. | Io camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi” (Salmo 116, 8 – 9).

Io piango lacrime di tristezza; | fammi rialzare secondo la tua parola” (Salmo 119, 28).

Le lacrime dell’orante biblico non sono dunque irrimediabilmente angosciate, ma rimangono aperte alla speranza.

Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia. | Nell’andare se ne va piangendo, portando la semente da gettare, | ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni” (Salmo 126, 5-6).

La vittoria sulle lacrime è confermata anche da questa visione profetica di Isaia: “Il Signore degli eserciti eliminerà la morte per sempre. | Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo | farà scomparire da tutta la terra, | poiché il Signore ha parlato” (Isaia 25, 8).

Gesù l’uomo delle lacrime

Il Figlio di Dio, diventando uno di noi, non ha voluto essere un supereroe stoico e imperturbabile, ma ha condiviso tutta l’esperienza umana – eccetto l’errore e il peccato – e quindi ha vissuto anche la realtà delle lacrime.

Si è commosso di fronte alla vedova di Naim, che portava alla sepoltura l’unico figlio (Luca 7, 13).

Ha avuto compassione per la grande folla di seguaci che gli sembravano pecore senza pastore. Li istruì e li nutrì compiendo un miracolo (Marco 6, 34-44).

Ha pianto davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, suscitando commenti positivi nei Giudei (Giovanni 11, 35-36).

Ha pianto entrando l’ultima volta in Gerusalemme (Luca 19, 41-44).

Ha pianto per il tradimento di Giuda (Matteo 26, 20-25), per l’abbandono dei discepoli (Matteo 26, 56), per il rinnegamento di Pietro (Matteo 26, 69-74). Ha pianto durante l’agonia nell’orto degli ulivi (Matteo 26, 36-46), addirittura col fenomeno della ematoidrosi (sudore di sangue) (Luca 22, 44).

L’autore della Lettera agli Ebrei sintetizza il sacrificio terreno di Cristo così: “Nei giorni della sua vita terrena Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a Lui, venne esaudito” (Ebrei 5, 7).

Oltre le lacrime

Il superamento delle lacrime che abbiamo già intravisto negli scritti dell’Antico Testamento, ha lo stesso percorso nel Nuovo, che rende più esplicito ciò che era stato precedentemente rivelato. (Dei Verbum n.16).

Proclamando le Beatitudini, che sono un autoritratto, Gesù afferma: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati” (Matteo 5, 4).

Certamente autobiografico è il testo: “E’ venuta l’ora in cui il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità Io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12, 23-24). È l’esperienza del Venerdì Santo che si concluderà con la Pasqua.

Nel discorso affettuoso e confidenziale dell’ultima cena, Gesù fece coraggio agli apostoli: “In verità, in verità Io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. Voi, ora, siete nel dolore, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Giovanni 16, 20.22).

La speranza della vittoria del bene sul male non viene dalla famosa frase: “resistere, resistere, resistere …” del Giudice Borrelli o dall’antico proverbio: “Ride bene chi ride ultimo”.

Abbiamo una promessa del Maestro e un regalo soprannaturale: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce” (Giacomo 1, 17).

                                    Mons. Claudio Livetti

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Gesù e la donna dai cinque mariti

La mamma Giuseppina nella preghiera serale del “Ti adoro…” mi faceva dire: “Perdona il male che oggi ho commesso …” e mi faceva ricordare qualche marachella, un capriccio o qualche sgarbo a mio fratello.

Non è facile ammettere i propri sbagli: un bambino fa fatica ad accettare un castigo e trova sempre una scusante: “Io gli ho detto la parolaccia …. ma era stato prima lui.” Anche gli adulti fanno fatica ad ammettere i propri sbagli. Don Primo Mazzolari diceva che è più comodo scegliere un bersaglio che battersi il petto.

Lo sbaglio fa parte della vita singola e collettiva

Si usa dire che anche i Santi peccavano sette volte al giorno. Immaginiamo noi non santi! San Paolo invita, anzi supplica i cristiani a lasciarsi riconciliare con Dio. (II Corinti 5, 20). San Giovanni nella I Lettera (1, 8 – 9) scrive: “Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto, tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità”.

Quando si parla della Comunità Cristiana, la Madre Chiesa, le si attribuisce la nota: “Santa”. Con ciò le si indica un traguardo non raggiunto ma da raggiungere, perché si tratta di una comunità di peccatori che possono diventare santi, liberandosi dai loro peccati. È stato esemplare San Giovanni Paolo II quando, durante il Grande Giubileo del 2000, domandò pubblicamente perdono per i peccati commessi dai figli della Chiesa.

Gesù di fronte ai peccatori pentiti

I Vangeli presentano sei incontri personali di Gesù con i peccatori.

La Samaritana, incontrata al pozzo di Giacobbe, inizialmente ostile e avversa, fu perdonata e divenne missionaria, annunciatrice del Messia nella sua città (Giovanni 4, 1-41).

Maria Maddalena fu liberata da sette demoni (Marco 16, 9), ma in seguito fu fedele seguace di Gesù e divenne l’apostola degli Apostoli, annunciando loro la risurrezione di Gesù. (Giovanni 20, 11-18).

L’adultera venne portata a Gesù affinché ne approvasse la lapidazione, per la fragranza di reato, ma Gesù non la condannò bensì la perdonò, invitandola a cambiare vita (Giovanni 8, 1-11).

Zaccheo, il pubblicano imbroglione, dopo il pranzo fatto con Gesù divenne generoso nel distribuire ai poveri le sue ricchezze e nel restituire il maltolto (Luca 19, 1-10).

Il buon ladrone, pochi istanti prima di morire, si rivolse con fiducia a Gesù, il quale gli promise di portarlo con sé nel paradiso (Luca 23, 39-43).

L’apostolo Pietro, nonostante il triplice rinnegamento, ebbe un totale perdono e una piena riabilitazione da parte del Signore Risorto (Giovanni 21, 15-19).

Nell’insegnamento del Padre Nostro Gesù incluse la formula: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Matteo 6, 12). Gesù è stato gentile sfumando il linguaggio e parlando in generale di debiti con Dio: questi debiti possono avere diversi nomi: “sbagli … imprudenze … debolezze … inganni a cui non si è resistito … egoismi non vinti”. Essi sono peccati e sono peccati gravi quando c’è il concorso di tre elementi: “materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso”.

Luca nella sua versione del Padre Nostro non dice: “debiti” ma espressamente “peccati” (Luca 11, 4).

La Chiesa fedele all’insegnamento del Maestro suggerisce di dire nell’Ave Maria: “prega per noi peccatori”.

Il Cardinal Martini diceva: “L’ideale evangelico non è punire il male ma cambiare il cuore”. La legge del taglione era “giustizia vendicativa” mentre il perdono è “giustizia restaurativa” cioè salvifica.

Sempre Martini afferma: “Col perdono il Vangelo si mostra al di sopra di ogni cultura, giudice di ogni cultura, perché nessuna cultura, fosse la più nobile ed elevata, arriva a tanto; o, magari, vi arriva al proprio interno, per motivi di ordine e di armonia, ma non arriva a coloro che non partecipano di tale cultura. Il Vangelo invece proponendo Gesù che perdona dalla Croce, propone un riferimento che giudica tutti e che giudica l’intera storia umana, che è sotto il segno dell’inimicizia e della vendetta”.

Come comportarci da peccatori con Dio

L’atteggiamento di Gesù di fronte ai peccatori ci indica alcuni insegnamenti.

Serena fiducia

San Giovanni Crisostomo diceva: “Che cosa è il peccato davanti alla misericordia divina? È una tela di ragno che un soffio di vento basta a far volar via”.

Il santo Curato d’Ars: “I nostri errori sono granelli di sabbia, accanto alla grande montagna della misericordia di Dio” e ancora: “La misericordia di Dio è come un torrente tracimato. Trascina i cuori al suo passaggio”.

Preghiera

La preghiera è un filo d’oro che cuce gli stracci della nostra esistenza quotidiana e li fa diventare “l’abito nuziale”, indispensabile per entrare al banchetto divino.

La preghiera classica del pentimento individuale è l’atto di dolore: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e, molto più, perché ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”.

All’inizio della Messa, invece, si recita comunitariamente il Confiteor.

Confessione

Mentre i nostri fratelli Evangelici ritengono che basti una preghiera di pentimento, noi Cattolici sappiamo che certe magagne non si risolvono solo pregando: occorre anche il sacramento della Confessione. La preghiera dispone al pentimento, fa rinascere il timore di Dio, presupposto per un totale perdono che si ottiene con la celebrazione del Sacramento.

Il Santo Curato d’Ars diceva: “Quando il Sacerdote dà l’assoluzione, bisogna pensare solamente a una cosa: che il sangue di Gesù si riversa sulla nostra anima per lavarla, purificarla e renderla bella come lo era dopo il Battesimo”.

Come perdonare ai fratelli

Un nervo scoperto nel Padre Nostro è: “Come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. È difficile perdonare agli altri, fino al punto di dimenticare il male ricevuto.

Vi consegno un grazioso e commovente aneddoto di Jorge Luois Borges: “Negli spazi infiniti dell’oltre vita, Caino e Abele si incontrarono di nuovo, accesero un fuoco e si misero a cenare. Alla luce della fiamma Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e, lasciando cadere il pane che stava portando alla bocca, chiese di essere perdonato per il suo delitto. Ma Abele rispose: “Tu mi hai ucciso o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima!” Caino allora concluse: “Ora so che mi hai perdonato davvero, perché dimenticare è perdonare”.

                                  Mons. Claudio Livetti

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Cardinal Carlo Maria Martini

Signore Dio,  
mi hai condotto per anni con pazienza e bontà
tra molte sorprese e non poche fatiche; 
ho vissuto giorni di festa e giorni di pianto;
ho avuto tanto da fare 
ed è stato talvolta così spontaneo cedere alla pigrizia 
che ho finito per dimenticare il perché delle cose 
o troppo di rado ho trovato l’umiltà e la fede 
per dirti il mio grazie. 
Gli anni che passano
mi rendono un poco più saggio e pensoso:  
aiutami ad amare la vita   
e a renderti sempre più grazie 
per i giorni che mi regali;
aiutami a non arrendermi                                                      
all’amarezza che critica tutto, 
all’avidità che si attacca alle cose,
alla tristezza che si affligge per nulla.
Dammi un po’ di salute, 
perché possa essere ancora utile; 
ma dammi anche la fortezza e la pazienza, 
se la salute viene meno.
Dammi una fede forte
per essere fedele nella preghiera,
limpido nella testimonianza,  
sereno nella prova, 
vigile nell’attesa dell’incontro con te,    
che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Cantico di un Anziano

Benedetti quelli che mi guardano
con simpatia.
Benedetti quelli che comprendono
il mio camminare stanco.
Benedetti quelli che parlano ad alta voce
per minimizzare la mia sordità.
Benedetti quelli che stringono
con calore le mie mani tremanti.
Benedetti quelli che si interessano
della mia lontana giovinezza.
Benedetti quelli che non si stancano di ascoltare
i miei discorsi già tante volte ripetuti.
Benedetti quelli che comprendono
il mio bisogno di affetto.
Benedetti quelli che mi regalano
frammenti del loro tempo.
Benedetti quelli che si ricordano
della mia solitudine.
Benedetti quelli che mi sono vicini
nella sofferenza.
Benedetti quelli che rallegrano
gli ultimi giorni della mia vita.
Benedetti quelli che mi sono vicini
nel momento del passaggio.
Quando entrerò nella vita senza fine
mi ricorderò di loro
presso il Signore.

Scheda n.ro 9 di Mons. Claudio Livetti

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Dialogo col padre

Un colloquio filiale

Con la preghiera di domanda l’essere umano esprime la sua realtà creaturale nei confronti di Dio. Egli sa di non essere il principio di se stesso, di non essere padrone di risorse illimitate, di non arrivare a fare tutto da solo, di non essere il proprio ultimo fine.

Con la preghiera il cristiano sa di parlare con il proprio padre e, nella preghiera “tipo”, il Padre Nostro, non disdegna di domandare ciò che è più immediatamente necessario, il pane quotidiano.

Gesù insegna a non preoccuparsi eccessivamente del cibo e del vestito: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Matteo 6, 33). Suggerisce anche lo spirito filiale nel colloquio orante: “Domandate e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi tra voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste darà cose buone a quelli che gliele chiedono!” (Matteo 7, 7-13).

Gesù, nella sezione comunitaria del Vangelo di Matteo, precisa anche la forza particolare della preghiera svolta insieme dai fratelli: “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Matteo 18, 19-20).

Debolezza della preghiera

Gli antichi padri affermavano che le nostre preghiere possono essere inefficaci a causa di tre motivi, espressi con tre semplici parole latine: con l’aggettivo “mali”, con l’avverbio “male” e con il sostantivo “malum”.

Non otteniamo quando siamo “mali” cioè malvagi, cattivi, peccatori incalliti, in discordia con Dio. Prima di chiedere qualcosa a Lui dobbiamo convertirci, cambiare vita, invertire la direzione, ritornare alla casa paterna, come ha fatto il figliol prodigo. Solo dopo ci sarà la festa …

Non otteniamo quando preghiamo “male”cioè malamente, in modo sbagliato perché pretenzioso, arrogante, come se presentassimo un conto che Dio è obbligato a pagare. Il protestante Bonohoeffer ripeteva che Dio mantiene le sue promesse, ma non esaudisce le nostre pretese. Lo diciamo anche noi con una preghiera della liturgia: “Perché possiamo ottenere ciò che prometti, fa che amiamo ciò che comandi”.

Non otteniamo quando domandiamo “malum” cioè una cosa sbagliata, nociva, cattiva. Quando ero giovane prete a Cinisello Balsamo, in periferia c’era la cappella chiamata “Madonna dei ladri”: la gente diceva che i ladri andavano a invocarla prima di fare il colpo e a ringraziarla se il colpo era riuscito. Io sono convinto che la Madonna non si sentisse obbligata ad aiutare i ladri. Anche un padre cosciente non si arrende alle pretese di un bambino che reclama un coltello per giocarci: sa che potrebbe tagliarsi.

La Bibbia fa l’elogio di Salomone, perché non aveva pregato per avere ricchezza, potenza e longevità (potevano diventare rischi per la sua vita), ma aveva chiesto il dono della sapienza (era indispensabile per essere un saggio governante) vedi I Libro dei Re 3, 10 – 12.

Quanto pesa una preghiera

Propongo questo simpatico aneddoto.

Una donna, vestita poveramente, con il volto triste, con gli occhi e le guance umide, entrò in un negozio di generi alimentari, si avvicinò al proprietario e umilmente gli chiese se poteva prendere alcuni alimenti a credito. Con voce mesta e quasi sussurrando disse al proprietario che lei aveva perso il lavoro a causa della crisi economica, che suo marito si trovava gravemente malato, senza potersi muovere, e sette figli che da giorni non mangiavano.

Il negoziante andò avanti a mettere a posto i prodotti negli scaffali, non diede ascolto alle parole della donna. Questa, che conosceva in carne propria i morsi della fame e i bisogni della famiglia, insistette: “ Per favore, signore, non mi mandi via a mani vuote, mi dia quello che mi necessita, glielo pagherò non appena posso!”. Il padrone ribadì che non poteva farle credito perché non era una sua cliente e che lei poteva rivolgersi ad un altro negozio.

In piedi, vicino al bancone, c’era un altro cliente, che aveva ascoltato tutta la conversazione tra il padrone del negozio e la donna. Egli si avvicinò al negoziante e, toccato dalla dignità e dalla sofferenza di quella donna, disse: “Sentite, buonuomo, pagherò io quello di cui la signora ha bisogno per la sua famiglia”.

Poi chiese alla donna: “Ha una lista delle cose da comperare?” «Si, signore», rispose la donna commossa “Bene, facciamo così. La signora metterà la sua lista della spesa sul piatto della bilancia, e voi le darete tanta merce quanto pesa la sua lista”. « Va bene! » esclamò il negoziante con un ghigno. «Mettete pure qui la vostra lista! ».

La donna esitò un attimo e, chinando la testa, cercò nel suo portafoglio un pezzo di carta, vi scrisse su qualcosa e poi posò il foglietto su un piatto della bilancia. Il negoziante restò di stucco, quando vide il piatto della bilancia, dove era stato posato il biglietto, abbassarsi di colpo e rimanere abbassato. Il cliente generoso invece sorrideva. Allora il negoziante prese ad aggiungere derrate alimentari sull’altro piatto, ma questo non si abbassava di un millimetro.

Il padrone del negozio, sgranando gli occhi per lo stupore, esclamò: “Non posso credere, è impossibile! “

Il Cliente sorrideva ancora, mentre il commerciante continuava a mettere sacchetti di alimenti sull’altro piatto della bilancia. Solo quando quest’ultimo fu pieno di tutto ciò che la signora desiderava, i due piatti tornarono perfettamente in equilibrio.

La donna mise tutto nella sua sporta, ringraziò il benefattore anonimo ed uscì dal negozio. Solo allora il negoziante prese il foglietto di carta, e quando lo lesse restò ancora più confuso… Non era una lista della spesa! Era una preghiera, che diceva: “ MIO DIO, TU CONOSCI LA MIA SITUAZIONE E SAI CIÒ DI CUI HO BISOGNO. METTO TUTTO NELLE TUE MANI! Il buon cliente sorrise e, pagando i due conti, disse al negoziante: “Ora sappiamo quanto pesa una preghiera”.

Alcuni attribuiscono l’episodio a San Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla) quando era giovane studente all’Università Gregoriana di Roma. L’anonimo cliente benefattore sarebbe stato lui.

                                    Mons. Claudio Livetti

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Scheda n. 18 di Mons. Claudio Livetti

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I doni di Abele e Caino

I sacrifici nell’Antica Legge

In Genesi (4, 2-5) leggiamo: “Abele era pastore di greggi, mentre Caino era lavoratore del suolo. Trascorso del tempo, Caino presentò i frutti del suolo come offerta al Signore, mentre Abele presentò a sua volta i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto”.

In Genesi (14, 18-20) leggiamo: “Melchidesech, re di Salem, offrì pane e vino: era Sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”.

Abramo obbedì a Dio quando gli chiese di offrirgli in olocausto l’unico figlio Isacco. Dio voleva una prova delle fede di Abramo, non il sacrificio di Isacco. Infatti sul monte Moria un Angelo fece trovare un ariete, che Abramo immolò invece del figlio. (Genesi 22, 1-14).

Al tempo di Mosè, Dio stesso diede precise istruzioni per l’immolazione dell’agnello, che gli Ebrei avrebbero offerto a Dio e mangiato in ogni famiglia, prima di fuggire dall’Egitto. Sarebbe diventato un rito perenne: il memoriale della Pasqua (Esodo 12, 1-14).

Dio chiese a Mosè che ogni primogenito degli uomini e degli animali appartenesse a Lui (Esodo 13, 1-2). In ossequio a questa prescrizione mosaica anche Gesù, a 40 giorni dalla nascita, fu offerto a Dio e riscattato con due colombe (Luca 2, 2-24).

Il Libro del Levitico prescrive i riti per la presentazione delle offerte (Cap. 2), del sacrificio di comunione (Cap. 3), del sacrificio per il peccato (Cap 4), dell’olocausto (Cap 6). Il Cap 23 riassume tutte le feste dell’anno e il Cap 24 i riti complementari.

In questi atti c’era il rischio dell’esteriorità rituale, priva di un affetto interiore. Infatti il profeta Isaia espresse un forte lamento: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (Isaia 29, 13).

Anche il Salmo 51 (18-19) dice: “Tu non gradisci il sacrificio; se offro olocausti non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Tu, o Dio, non disprezzi”.

La Lettera agli Ebrei (Cristiani provenienti dall’ebraismo) esprime una critica al sacerdozio dell’Antico Testamento, esaltando il Sacerdozio di Cristo.

La grande offerta sacrificale: la Pasqua di Gesù

Giovanni Battista, il precursore, divinamente ispirato, indicò la missione di Gesù: “Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: Ecco l’Agnello di Dio e i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Giovanni 1, 35-36). Siamo di fronte a una svolta: i discepoli passano dalla “Voce” (Giovanni) alla “Parola” (Gesù): passano dalla Pasqua mosaica a quella di Cristo.

L’antica Pasqua ebraica era il passaggio dell’Angelo sterminatore e della fuga dalla schiavitù egiziana. La nuova Pasqua sarà il passaggio di Gesù al Padre, attraverso la morte e la risurrezione.

Durante il celebre e articolato discorso nella Sinagoga di Cafarnao, riportato dal Vangelo di Giovanni al capitolo sesto, Gesù aveva proclamato: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (vers. 51). E ancora: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (vers. 54). Infine: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui” (vers. 56).

Quando Gesù, al Giovedì Santo, afferma: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel Regno di Dio” (Luca 22, 15), dice che è giunto il momento di mantenere la promessa di Cafarnao, donando sé stesso al Padre per l’umanità.

In quell’ultima cena della sua vita, Gesù da inizio ad una nuova cena: sulla tavola c’è il suo Corpo donato e il suo Sangue versato. È un anticipo di ciò che avverrà il giorno dopo sul monte Calvario.

Questa nuova Pasqua, che sostituisce l’antica Pasqua ebraica, è un vero sacrificio offerto al Padre per purificare il mondo dal peccato. Gesù è nello stesso tempo ”Agnello sacrificale” donato e “Sommo Sacerdote” offerente.

Gesù ha poi comandato agli Apostoli di ripetere i suoi gesti e le sue parole, rinnovando il memoriale della sua Pasqua, cioè della sua offerta sacrificale: “Finché Egli venga” (I Corinti 11, 26).

La celebrazione eucaristica

Poiché non esiste dono migliore da offrire al Padre, fin dai primi tempi, la comunità cristiana si riunisce a celebrare il sacrificio eucaristico. In questo atto possiamo dire che la comunità cristiana è “attivamente passiva”: si usa dire che la Chiesa “fa” l’Eucaristia, ma è più esatto dire che l’Eucaristia “fa” la Chiesa. Infatti essa esiste perché è aggregata dal sacrificio di Cristo.

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) ha invitato a dare completezza al “culto rituale” dell’Eucaristia col “culto spirituale” della vita. È l’offerta della propria coerenza battesimale, della propria competenza e onestà professionale, della gioiosa fatica del compimento del proprio dovere, del tempo e delle risorse messe a disposizione per la comunità, delle iniziative evangelizzatrici, del denaro offerto per i poveri e tutte le iniziative caritative. Fin dall’antichità anche i poveri, che non avevano nulla da portare all’altare, recavano almeno l’acqua per la celebrazione eucaristica, per significare che tutti, per partecipare alla Messa, dovevano donare qualcosa come simbolo del dono della propria esistenza.

Talvolta nelle nostre celebrazioni si esegue il canto:

“Ti dono la mia vita,
§accoglila o Signore,
ti seguirò con gioia,
per mano mi guiderai,
al mondo voglio dare
l’amore tuo Signore
cantando senza fine
la tua fedeltà”

Qualcuno dona davvero la sua vita impegnandosi per il Vangelo senza risparmio, esponendosi fino al martirio. Anche ai nostri tempi ci sono dei martiri, come al tempo degli imperatori romani. Pensiamo a tutti i cristiani perseguitati nel Medio Oriente e all’anziano sacerdote francese Padre Jacques Hamel, di 86 anni, sgozzato durante la celebrazione della Messa e chiamato “martire” da Papa Francesco. Dio gradisce il “martirio violento” che porta alla morte, ma anche il “martirio lento” della testimonianza quotidiana.

Aveva ragione la mamma Giuseppina a farmi dire al mattino: “Ti adoro o mio Dio … Ti offro le azioni della giornata. Fa che siano tutte secondo la Tua Santa volontà e per la maggior Tua gloria.” Basta aggiungere – dopo il Concilio Vaticano II: “In unione al Sacrificio Eucaristico”.

                                             Mons. Claudio Livetti

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